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Un cavallo di Troia per le reti

venerdì, 22 gennaio 2010

In Italia solo una persona su 5 e meno di una famiglia su due hanno una connessione a banda larga residenziale (dati tratti dalle tabelle 1.19 e 1.22 della Relazione Annuale 2009 di AGCOM). Il resto della popolazione o non e’ raggiunto dalla rete, o non è  interessato alle offerte degli operatori di rete fissa.

Cavallo di troia

Chi usa Internet abitualmente sa che il suo vero valore sta nella capacità di soddisfare ogni esigenza e fa fatica a pensare che altri non ne percepiscano l’utilità, ma evidentemente è così. Del resto, dire che con Internet si può fare di tutto non aiuta a capire cosa farci realmente. E’ difficile stabilire se digital divide nasca dalla mancanza di offerta o dalla mancanza di domanda, ma è certo che se non cambia l’offerta non cambia la domanda, e se la domanda non cresce gli investimenti nelle infrastrutture di rete non sono remunerativi.

Perché allora non provare a ripartire dai servizi, magari dai più popolari come il telefono o la televisione, presi uno alla volta? In Internet si possono fare telefonate a costi ridotti, si possono ricevere canali televisivi gratuiti, si possono trovare milioni di libri … Non è difficile convincersi che questo è un bene, ma non è facile accettare che per godere di questi benefici si debba prima siglare un contratto pluriennale con un operatore impegnandosi a pagare un canone fisso di accesso.

Diverso sarebbe se l’utente potesse comperare direttamente i servizi online di cui realmente percepisce l’utilità, riuscendo a confrontarli per costo e qualità con quelli tangibili che già conosce. E’ chiaro che per comprare un servizio ogni utente avrebbe bisogno di una connessione e che questa gli sarebbe comunque offerta da un operatore che avrebbe bisogno del proprio utile, ma il ruolo strumentale dell’operatore non apparirebbe centrale e il costo fisso della connessione non costituirebbe una barriera d’accesso ai servizi.

In un modello commerciale orientato ai servizi, chi è interessato (solo) ad uno specifico servizio può rivolgersi direttamente al fornitore di quel servizio il cui prezzo comprenderà il compenso che il fornitore deve all’operatore di rete che garantisce il collegamento all’utente senza imporgli alcun canone fisso. Se la creazione del collegamento richiede anche l’installazione di un apparato a casa dell’utente (Router ADSL, CPE Hiperlan, CPE WiMAX, …) potrebbe essere l’utente a procurarselo una volta per tutte (rivolgendosi ad un rivenditore o a un installatore locale) esattamente come è l’utente ad acquistare consapevolmente l’antenna televisiva, l’apparecchio telefonico, il telefonino, il portatile o il palmare senza bisogno di un operatore che glielo offra apparentemente gratis in cambio di un contratto e di un canone.

In questo modello i servizi più popolari avrebbero la funzione di cavalli di troia per aumentare la penetrazione della banda larga. Non solo perché renderebbero evidenti e diversificate le motivazioni individuali per connettersi in rete, ma anche perché diversificando l’offerta e aumentando la penetrazione del mercato contribuirebbero a rendere remunerativi gli investimenti in infrastrutture di rete.

I modelli commerciali orientati ai servizi sono uno degli elementi distintivi delle reti di accesso neutrali.

Riferimenti:

I decoder di Moore

sabato, 16 gennaio 2010

Con il digitale anche alla televisione si applica la legge di Moore.

E’ più o meno questo che ha detto in un inciso Mario Frullone, direttore delle ricerche della Fondazione Ugo Bordoni, intervenendo al BBF di Roma durante il panel organizzato da HD Forum Italia. Trovo l’osservazione condivisibile e la faccio mia.

Moore's law

La legge di Moore è una legge empirica che da oltre 40 anni descrive lo sviluppo esponenziale della tecnologia dei circuiti integrati con un’accuratezza e una lungimiranza a dir poco sorprendenti. La legge dice che ogni 18 mesi raddoppia il numero di componenti che possono essere integrati in un solo chip, permettendo di aumentarne in modo vertiginoso la capacità di calcolo a parità di costo di produzione. A questa legge si devono lo sviluppo dell’elettronica, la pervasività dei sistemi digitali a microprocessore, la disponibilità di tecnologie sempre più evolute a costi sempre minori e la rapida obsolescenza dei sistemi elettronici.

I telefoni cellulari sono un esempio perfetto di questo processo: sono frutto dell’integrazione di strumenti un tempo diversi (telefoni e computer), offrono funzioni sempre più evolute, hanno prezzi che calano nel tempo e, soprattutto, ci sembrano vecchi a pochi mesi dall’acquisto. Per questo siamo soliti cambiare il cellulare quando ancora funziona.

Fino ad ora la TV è rimasta pressoché immune dalla legge di Moore, ma il digitale sta cambiando le cose. I vecchi televisori analogici a tubo catodico funzionano ancora dopo decine di anni di servizio, ma i nuovi decoder sono praticamente dei computer e diventano vecchi in pochi mesi. Lo switch off ha indotto le aziende a produrre televisori a schermo piatto con decoder integrati, mentre gli operatori del settore si interrogano sugli standard e sulla loro evoluzione per produrre decoder a prova di futuro, promettendo a chi li acquista che potrà continuare ad usarli per chissà quanti anni. Ma forse occorrerà rassegnarsi alla legge di Moore e accettare di cambiare il decoder come il telefonino, salvando se possibile il televisore.

Convergeranno prima le reti o i terminali?

venerdì, 8 gennaio 2010

Guest post di Giovanni Cancellieri.

L’ONU ha suggerito ai governi di tutto il pianeta di mettere in atto azioni in grado di consentire alla totalità della popolazione terrestre di avere accesso ad Internet a banda larga entro il 2015. Questo bene è considerato alla stessa stregua dei beni primari, come la salute, l’alimentazione, l’istruzione.

Dati recentemente diffusi indicano che, a livello mondiale, il 16.6 % della popolazione è in grado di accedere ad Internet, con una banda che va da poche decine di kbit/s a molte decine di Mbit/s. Tra questi, il 9.5 % lo fa via radio, il 7.1 % lo fa tramite rete fissa.

Queste percentuali devono essere attentamente valutate.

Il costo di una infrastruttura fissa si giustifica solo se essa raggiunge un segmento di popolazione sufficientemente numeroso e in grado di accedere a servizi a pagamento. In pratica si tratta solo delle aree almeno un po’ urbanizzate (che tuttavia costituiscono ormai i luoghi dove la popolazione massimamente si addensa).

Per tutte le altre zone, si sta imponendo una filosofia che prevede un mix di tecnologie radio, considerate infrastrutture più agili e in grado di seguire con minori costi di investimento il rapidissimo progredire della tecnologia.

Nell’ambito della categoria dei sistemi radio, si deve poi distinguere tra sistemi denominati “wireless” e sistemi “radiomobili”. La differenza tra i due è più sottile, e spesso uno stesso operatore gestisce entrambi i servizi. Una rete wireless è nata per utenze fisse o nomadiche, e raramente garantisce il servizio in mobilità veloce. Una rete radiomobile, invece, in standard GSM-GPRS o UMTS, permette anche la mobilità veloce.

Sarebbe interessante sapere quali percentuali di diffusione, al momento attuale, i due sistemi hanno raggiunto separatamente. E’ vero che, con l’affermarsi del futuro standard LTE (Long Term Evolution), le differenze tra queste due impostazioni tenderanno a sfumare, ma si prevede che, ancora per almeno una decina di anni, esse rimarranno distinguibili.

Qui il discorso dovrebbe essere allargato all’evoluzione incredibile che si è manifestata nel settore dei terminali. E’ stato presentato un diagramma (riportato qui sotto) in cui tre settori merceologici (Computing, Consumer Electronics, e Mobile), partendo da terminali dedicati, stanno progressivamente convergendo.

cpnvergenza

Appartengono tradizionalmente al settore Computing i PC (fissi o portatili), le stampanti, le penne USB; al settore Consumer Electronics i riproduttori audio e video, i ricevitori radio e televisivi, le fotocamere e le videocamere; al settore Mobile telefonini, smart-phone, navigatori. Tuttavia un terminale i-phone, ad esempio, si pone a cavallo tra Consumer Electronics e Mobile; un palmare con radiolocalizzazione ed altre funzioni di interesse prevalentemente aziendale si pone a cavallo tra Computing e Mobile; una penna USB già da tempo è a cavallo tra Computing e Consumer Electronics. E’ probabile che, fra poco, assisteremo ad una convergenza ancora più completa di tutti i tre settori.

Ad esempio, nuovi standard di radiodiffusione prevedono una radio (DAB e DMB), con un segnale audio + video, sulle frequenze della radio o poco superiori.

L’evoluzione dei terminali radiomobili è un fatto continuo e irreversibile, i cui prodromi erano stati, anche se con scarso successo, il DVB-H e i sistemi portatili idonei per la TV digitale terrestre, con canale di ritorno in sms.

Un terminale radiomobile ha anche il vantaggio di essere personale. E gli utenti, sempre più, tenderanno a preferire l’uso di un solo terminale su cui effettuare la totalità delle loro attività lavorative, transazioni economiche, e operazioni dedicate all’intrattenimento.

Oggi, se dovessimo individuare un punto di convergenza di tutti i tre settori merceologici sopra elencati, lo troveremmo nella Internet Key, che può essere impiegata con diversi tipi di terminali (PC portatili, palmari, perfino PC fissi). Il calo delle domande di allaccio alla ADSL via cavo è divenuto più accentuato dopo la diffusione delle Internet Key, e dei contratti telefonici per il loro utilizzo a prezzi sempre più stracciati.

Solo un modello basato su accessi a larghissima banda (da 20 a 100 Mbit/s), che sembra per altro un obiettivo concreto in Giappone e Corea del Sud, potrebbe contrapporsi efficacemente alla diffusione di questo servizio, apparentemente inarrestabile.

Contro il successo finale delle tecnologie radio, ancora oggi si devono rilevare problemi legati alla limitazione delle frequenze disponibili, o alla congestione delle celle.

Al primo problema, sembrano tentare di trovare una soluzione le reiterate richieste degli operatori radiomobili per la concessione di frequenze al di sotto di 1 GHz, che avrebbero anche il vantaggio di una maggiore capacità di copertura, da impiegare con modulazioni ad altissima capacità (1024-QAM o perfino 2048 QAM). Esse, come già sulla ADSL via cavo, sono in grado di veicolare flussi a 100 Mbit/s su bande di 10 MHz. In molte nazioni le frequenze rese disponibili dalla conversione in digitale della radiodiffusione televisiva stanno per essere riassegnate con questo tipo di destinazione.

La soluzione del secondo problema, invece, dipende solo dalla capacità ad investire che un operatore radiomobile o wireless può mettere in campo, realizzando pico-celle sempre più capillarmente diffuse nel territorio, almeno all’interno delle zone urbane più densamente popolate.

Giovanni Cancellieri

NG-DD: Next Generation Digital Divide

giovedì, 26 novembre 2009

Si sa che il digital divide sfugge a definizioni quantitative statiche, perchè dipende dalla relazione tra le  esigenze degli utenti e la capacità delle infrastrutture di soddisfarle. Tanto le esigenze quanto le infrastrutture crescono nel tempo, ma le prime cambiano più in fretta. La banda che oggi ci soddisfa domani non ci basterà più, facendoci avvertire un digital divide qualitativo che viene detto di seconda generazione.

Nel frattempo anche le reti evolvono di generazione in generazione, e il termine NGN (Next Generation Networks) è entrato da tempo nel gergo del settore. Verrebbe da pensare che una rete di nuova generazione possa contribuire a risolvere problemi di digital divide o, quantomeno, far evolvere le infrastrutture al passo con le esigenze evitando l’insorgere di condizioni di digital divide di seconda generazione. Ma potrebbe esserci anche un legame più perverso tra NGN e digital divide, che è stato paventato da Achille De Tommaso (presidente di COLT Telecom e di ANFoV) intervenuto ieri al panel su NGN del BBF-2009.

Il ragionamento di De Tommaso è più o meno questo:

  1. le reti in rame hanno costi di gestione insostenibili se si pretende di usarle per erogare servizi a banda larga;
  2. la scelta naturale per le NGN è quindi la fibra;
  3. gli investimenti sulle reti in fibra saranno accompagnati dalla dismissione delle reti in rame;
  4. per avere tempi di ritorno ragionevoli (2 anni) gli operatori investiranno nella migrazione da rame a fibra nelle aree più densamente popolate;
  5. nelle regioni a fallimento di mercato, dove si deciderà di non investire (almeno in prima battuta) nelle NGN, non solo non verranno potenziate le reti e i servizi, ma c’e’ il rischio concreto che vengano dismesse anche le reti in rame, riducendo le attuali opportunità di connessione.

In questo scenario, il titolo del post non si riferisce ad un digital divide di seconda generazione dovuto alla mancanza di investimenti nelle NGN, ma ad una recrudescenza di digital divide di prima generazione indotta dall’opportunità di investire (altrove) in NGN.

NGN panel at BBF-09

Un’ultima nota poco rilevante: mentre si parlava di reti di nuova generazione ci sono stati dei problemi alla rete… elettrica. La foto coglie l’imbarazzo del panel NGN durante il black out. La luce che illumina la scena è quella del sole attraverso il soffitto (opportunamente vetrato) della fiera di Roma.

Il suono della banda

martedì, 10 novembre 2009

La banda è un’orchestra che cammina e il suono si muove con lei. Sentirla suonare vuol dire avvertirla in lontananza, attenderne l’arrivo con il volume che aumenta, vederla sfilare con clamore e poi seguirla mentre si allontana fino a sfumare via.

Corriere della Sera 8 novembre 2009

Anche la banda larga funziona così. Si avvertono voci che dicono che arriverà, poi le voci si ingrandiscono e acquistano la concretezza di rapporti, piani e finanziamenti. Per un attimo le voci sono assordanti e la banda larga sembra così vicina da poterla toccare. Poi piano piano le voci si attenuano e infine sfumano via insieme ai rapporti, ai piani e, soprattutto, ai finanziamenti.

Riferimenti:

Divisi dalla rete

lunedì, 9 novembre 2009

Guest post di Giovanni Cancellieri

Ampi strati di popolazione non possono accedere ad Internet con la velocità di trasmissione che è oggi indispensabile per scambiare anche i più piccoli files, e partecipare ai servizi più comuni. Questo problema, per altro in via di soluzione, grazie a dorsali in fibra ottica e estensioni wireless, o penne Internet su sistemi radiomobili, viene definito Digital Divide Territoriale.

Esiste tuttavia un Digital Divide anche più insidioso e potenzialmente in grado di colpire strati ancora più ampi di popolazione, ed è il Digital Divide culturale/generazionale. Esso riguarda individui che, o per età, o per l’istruzione ricevuta, o per il lavoro che svolgono, nel quale non si è ancora diffuso l’impiego pervasivo di Internet, sono rimasti fuori da questo mondo.

Qui vogliamo trattare gli aspetti psicologici e sociali di questo fenomeno, cercando, se possibile, di individuare strade lungo le quali sia possibile contenerne gli effetti, almeno nel medio termine, fino a quando cioè gli appartenenti alla generazione che oggi non può fare a meno di Internet non siano divenuti anch’essi anziani. Inoltre gran parte delle considerazioni che saranno qui svolte riguardano un paese evoluto, come l’Italia, ma tra poco riguarderanno anche paesi in via di sviluppo, dove, al momento, bisogni ancora più primari attendono di poter essere soddisfatti per tutti gli abitanti.

Già nell’uso di un telefonino si possono notare diversi livelli di confidenza. Molti ancora fanno poco uso degli sms, molti non scattano foto con la fotocamera, né per inviarle, né per archiviarle, tranne forse qualche esperimento, soprattutto per curiosità, pochi giorni dopo l’acquisto. La diffusione di nuovi tipi di terminali, con interfacce touch-screen ha migliorato la situazione. In questi terminali, molte funzioni risultano immediatamente comprensibili. Tuttavia radiolocalizzazione, uso di mappe, accesso ad Internet da smart-phone rimangono servizi per pochi appassionati.

Riguardo all’impiego del PC e all’accesso alla rete da casa, il problema è ancora più complesso. Molti ritengono di non averne bisogno. Al contrario, le banche, il servizio sanitario pubblico, la maggioranza dei servizi di pubblica utilità contano su Internet per avere una interazione con i propri clienti possibilmente più efficace e per ridurre l’impegno di personale nelle operazioni front-office. La conseguenza è che anche coloro che (fingono di) non averne bisogno, prima o poi saranno costretti ad ammettere che si trovano in seria difficoltà.

L’intrattenimento domestico conta ancora molti fedelissimi della televisione, ma le IP-TV si stanno moltiplicando. E in queste ultime è possibile impiegare un canale di ritorno per partecipare al programma, in modo molto più efficace di quanto anche la TV digitale terrestre non potrà mai consentire.

Da ultimo, ma dirompente nell’impatto prodotto, vi è stato il fenomeno delle social networks. Sempre più spesso si sente affermare che si è ritrovato un vecchio compagno di scuola, o un conoscente dell’infanzia, in questi mondi virtuali. Certamente un simile richiamo induce anche i più renitenti a guardare ad Internet con un po’ più di interesse.

Tra gli elementi che più scoraggiano i non esperti, vi è quello di ritrovarsi in percorsi virtuali senza ritorno. I costruttori di siti, e gli organizzatori di interfacce uomo-macchina, dovrebbero sempre mettere ben in evidenza una freccia per tornare indietro, o una icona per tornare alla videata iniziale. Altro elemento di insicurezza è l’esposizione del proprio PC (ma ormai anche palmare o telefonino) all’attacco di virus, con la conseguente perdita di informazioni cumulate nel tempo. In questo, la scelta di un serio ISP, non basata solo sugli aspetti economici del contratto, può rivelarsi di notevole aiuto. La diffusione di Skype, o di forme simili di impiego di Internet per effettuare telefonate o anche videochiamate a basso costo, ha ulteriormente permesso di avvicinarsi al PC avendone concreti motivi.

Le persone che finora non si sono interessate al PC o ad Internet possono trovare aiuto presso i propri familiari, ma spesso si vergognano, o non riescono a superare un primo stadio, estremamente elementare, in cui ripetono gesti prestabiliti e imparati a memoria. Quasi sempre manca la curiosità di esplorare nuovi percorsi. Spesso si tratta di persone dotate di una certa cultura, o magari appassionate di viaggi. Se si imbattessero in Wikipedia o nelle mappe di Google-Earth sicuramente troverebbero spunti per alimentare la propria curiosità, senza la quale il continuo processo di apprendimento, a cui l’uso del PC e la navigazione su Internet ha abituato i più fortunati, non sarebbe iniziato mai.

In passato sono stati proposti sistemi idonei per facilitare l’avvicinamento ad Internet dei soggetti affetti da Digital Divide culturale/generazionale. Non hanno avuto grande successo. Tra questi tentativi, probabilmente, si salvano solo quelli basati su interfacce touch-screen, oggi divenute estremamente diffuse, tanto da mettere in crisi coloro che si erano abituati alla tradizionale tastiera. Ai costruttori di terminali, si potrebbe raccomandare, se mai, l’adozione di una organizzazione delle icone sullo schermo almeno un po’ standardizzata. Difficilmente questa raccomandazione sarà raccolta, tuttavia, poiché proprio in questa organizzazione sta ormai la caratteristica peculiare di un costruttore, e il modo più efficace per fidelizzare i propri clienti.

Giovanni Cancellieri

Guest post

lunedì, 9 novembre 2009

Ho invitato alcuni amici e colleghi a scrivere su questo blog per arricchirlo con punti di vista, competenze e informazioni complementari alle mie. Hanno già accettato l’invito Giovanni Cancellieri, professore di Telecomunicazioni all’Università Politecnica delle Marche e Presidente del Centro Radioelettrico Sperimentale Guglielmo Marconi,  e Gabriele Marra, professore di Diritto Penale all’Università di Urbino.

Giovanni Cancellieri ha accettato di seguire per noi i fatti di cronaca nel campo delle telecomunicazioni con particolare attenzione alle tecnologie di comunicazione multimediale.

Gabriele Marra ci parlerà della rete e delle sue leggi, prendendo spunto dalla cronaca per riflettere sulle implicazioni legali e normative del principio di neutralità.

Li ringrazio molto per aver accettato l’invito e aspetto i loro contributi, che pubblicherò a loro nome e inserirò in categorie dedicate per facilitarne la consultazione.

Switch off TV – Turn on the Internet

giovedì, 9 luglio 2009

La Federal Communication Commission aveva stabilito che lo switch off, il passaggio alla TV digitale, dovesse avvenire in America entro il 12 giugno 2009, e così è stato, o quasi. Si tratta di un evento epocale (la fine dell’era della TV analogica negli Stati Uniti!) che offre un nuovo stimolo al dibattito sull’utilizzo degli spazi liberi nello spettro delle frequenze televisive (in gergo, white space) per risolvere problemi di digital divide.

Lo spettro può essere suddiviso (e assegnato) in base alle frequenze, al tempo e allo spazio. Le tre dimensioni vengono abbreviate in STF (Space Time Frequency). Lo spettro della TV analogica è particolarmente attraente perchè a quelle frequenze le onde elettromagnetiche hanno comportamenti migliori di quelli del WiFi (coprono distanze più ampie, risentono meno degli ostacoli, …). Per sfruttare in modo ottimale le frequenze libere occorrono norme, standard e dispositivi e da tempo ci si muove su tutti questi fronti. Sia degli aspetti tecnici che degli aspetti strategici si è parlato a NGI-09 la scorsa settimana ad Aveiro. In particolare Victor Bahl (fondatore del Networking Research Group di Microsoft e Fellow IEEE e ACM) ha tenuto una relazione intitolata “White Space Networking – Is it Wi-Fi on Steroids?“.

A parlare di “WiFi on steroids” era stato Larry Page (co-fondatore di Google) più di un anno fa:



Sia Google che Microsoft sono membri della White space coalition, organizzazione di aziende a sostegno dell’utilizzo delle zone bianche dello spettro. A detta di Victor Bahl le aziende della white space coalition non solo promuovono la liberalizzazione di parte delle frequenze UHF e lo sviluppo delle tecnologie necessarie a sfruttarle, ma non escludono di intervenire direttamente acquistando parte delle licenze che i governi decideranno di non liberalizzare, per poi lasciarle libere sulla falsariga del WiFi. L’interesse delle aziende che partecipano alla coalizione è la penetrazione di Internet, necessaria alla diffusione di servizi e dispositivi, che sono il loro business.

Stupisce che non ci sia un sito ufficiale della white space coalition e che il sito della wireless innovation alliance stia chiudendo…

Riferimenti:

Roch Guerin: Servono reti di nuova generazione?

giovedì, 2 luglio 2009

Servono davvero reti di nuova generazione? La risposta non è ovvia e non è unanime, ma è interessante che a porsi la domanda sia stato Roch Guerin (professore di comunicazioni alla University of Pennsylvania e Fellow ACM e IEEE) nella relazione di apertura del convegno Next Generation Internet Networks (NGI-09, Aveiro, Portogallo), il cui titolo sembrerebbe sottointendere una risposta affermativa.

aveiro

La relazione ha offerto spunti interessanti e vicini a quanto discusso a Urbino in giugno, e poichè la presentazione non è ancora stata pubblicata in web ne riassumo il contenuto, che parte da tre premesse apparentemente ovvie:

  1. prima di introdurre una nuova tecnologia/rete occorre assicurarsi che serva e …
  2. che venga adottata dagli utenti;
  3. quando la nuova tecnologia/rete c’è occorre utilizzarla.

Espandendo il primo punto (necessità del cambiamento) Guerin ha analizzato i potenziali limiti di Internet:

  • Best effort non è il supporto ideale per tutte le applicazioni… ma le molte ingegnose soluzioni che sono state sviluppate per garantire QoS non vengono quasi mai applicate;
  • una rete globale a controllo distribuito pone problemi di sicurezza… ma gli attacchi crescono molto meno velocemente del traffico;
  • il traffico cresce esponenzialmente… ma il fattore di crescita si riduce, la rete non è prossima alla saturazione e in ogni caso all’aumento del traffico in una rete dovrebbe corrispondere un aumento delle risorse disponibili per potenziarla;
  • gli indirizzi (IPv4) sono limitati… ma la soluzione al problema (IPv6) è stata standardizzata da 15 anni e ancora non si è affermata.

Espandendo il secondo punto (successo di una nuova tecnologia nei confronti di una esistente) ha trattato il problema della migrazione prendendo proprio IPv6 come esempio:

  • IPv6 affronta un problema effettivo, ma malgrado questo la sua penetrazione a 15 anni dalla standardizzazione è di circa lo 0.2% e la sua crescita è più lenta di quella delle reti IPv4;
  • l’esternalità è un fattore determinante;
  • un semplice modello dinamico mostra che il processo di adozione di una nuova tecnologia (o di una nuova rete) ha due attrattori (successo o fallimento) verso cui convergono tutte le traiettorie in base alle condizioni iniziali. I due bacini di attrazione sono contigui e pertanto a condizioni iniziali molto simili possono corrispondere esiti opposti, rendendo molto difficile una previsione attendibile;
  • nessuna nuova tecnologia/rete potrà avere successo senza gateway verso Internet;
  • la presenza di gateway è necessaria alla diffusione di nuove tecnologie, ma può anche favorire la permanenza di quelle dominanti.

Sull’ultimo punto (utilizzo delle reti) ha detto che:

  • l’utilizzo delle reti merita almeno tanta attenzione quanto la loro costruzione;
  • la disponibilità di contenuti/applicazioni è fondamentale per l’affermazione di nuove reti;
  • sviluppando applicazioni caratterizzate da forte esternalità occorre adottare strategie di seeding (distribuzione sottocosto per creare massa critica) per evitare il problema dell’uovo e la gallina.

NeutralAccess09 – primo giorno

sabato, 13 giugno 2009

Si è da poco conclusa la prima giornata del convegno e il mio personale bilancio è molto positivo per la qualità e l’originalità dei contributi, per la generosità dei relatori, per i toni informali, per la vivacità del dibattito, per la partecipazione del pubblico, per la giornata di sole, per il successo dell’esperimento di matchmaking e per il piacere di parlare di cose interessanti con persone amiche nella cornice del palazzo ducale di Urbino in una splendida giornata di sole.

fotoGianluca Mazzini è stato un ottimo moderatore-facilitatore del dibattito. Roberto Sambuco ha mandato un messaggio sulla neutralità della rete con il quale abbiamo aperto il convegno. Mario Frullone, Giancarlo Ferraiuolo e Salvatore Lombardo hanno delineato lo stato della rete in Italia e commentato gli scenari di sviluppo alla luce del recentissimo piano del governo. Massimo Morgantini ha parlato delle iniziative del Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie orientate a stimolare le università a fare da precursori dello sviluppo tecnologico nell’ambito delle reti e dei servizi di rete. Maurizio Pierlorenzi ha parlato delle violazioni dei sistemi informatici e dei compiti della Polizia Postale.

fotoNel pomeriggio il dibattito su neutralità ed esternalità positiva ha cercato di dare risposte alle seguenti domande, stimolate dalle realzioni della mattina, da una mia presentazione sulle reti di accesso neutrali e dalle riflessioni di Fabio Giglietto (sociologo esperto di reti sociali) e di Gabriele Marra (professore di diritto penale).

  1. La neutralità innesca esternalità positive a livello delle reti di accesso?
  2. L’esternalità positiva può contribuire a risolvere situazioni di digital divide infrastrutturale e culturale?
  3. Conviene fare reti sovradimensionate (best effort) o sottodimensionate (con traffic shaping/access tiering/…)?
  4. Alle infrastrutture di rete si applica la legge di mercato?
  5. Quali violazioni al principio di neutralità possono essere ammesse?
  6. Le reti di accesso neutrali valorizzano la dimensione locale della rete?
  7. Fino a che punto gli operatori devono collaborare alla prevenzione del crimine?

fotoLa sessione di matchmaking ha funzionato perfettamente, grazie alla puntualità e la disponibilità con cui i partecipanti si sono prestati all’esperimento.

La giornata si è conclusa come previsto con la visita alla mostra Raffaello e Urbino e con la cena al Palazzo Ducale (ben gestita dal servizio di catering della caffetteria del palazzo).

fotofoto

Domani si ricomincia alle 10 e il ritmo sarà ancora più serrato.