Archivi per la categoria ‘Riflessioni’
Mercoledì, 16 Giugno 2010
E’ nato prima l’uovo o la gallina? Lo sviluppo della società dell’informazione parte dalle infrastrutture o dai servizi? Il tema è stato introdotto da un mio intervento intitolato “Le applicazioni che trasportano le reti”, che aveva lo scopo di stimolare il dibattito portando tre esempi di applicazioni che suggeriscono un uso della rete orientato al servizio piuttosto che all’accesso: skype su telefonino, il kindle di Amazon e la Internet TV multicast.

Il dibattito è stato moderato da Gianluca Mazzini, che ha sollecitato Maggiulli, Trigila, Denni, Di Francesco e me a rispondere a domande del tipo:
- Lo sviluppo della società dell’informazione è trainato dalle infrastrutture o dai servizi?
- Quali sono le killer application delle NGN?
- Quali contenuti e applicazioni potrebbero essere distribuiti su reti aperte senza determinarne il collasso?
- Esistono applicazioni o modelli in grado di aumentare la penetrazione di mercato delle reti?
- Come si passa da digital divide a NGN?
- Chi può/deve fare cosa?
- Chi o cosa frena lo sviluppo?
- Chi deve pagare le NGN?
Tag:bogliolo, dibattito, Internet TV, kindle, mazzini, multicast, NeutralAccess10, skype
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Mercoledì, 16 Giugno 2010
Le prospettive di sviluppo di reti e servizi a banda larga in Italia sono state discusse nella prima sessione di NeutralAccess10, condotta da Gianluca Mazzini, direttore di Lepida SpA e professore di Telecomunicazioni all’Università di Ferrara. Come di consueto, Gianluca non si è limitato a moderare la sessione, ma l’ha condotta animando il dibattito e “dando letteralmente i numeri” utili ad esemplificare e quantificare gli ordini di grandezza dei problemi e delle soluzioni di cui si parlava.

La sessione è stata aperta da un messaggio di Roberto Sambuco, Capo del Dipartimento delle Comunicazioni del Ministero per lo Sviluppo Economico, che ho ricevuto qualche minuto prima dell’inizio e che ho letto ai partecipanti.

Sono seguiti gli interventi istituzionali di Sebastiano Trigila, della Fondazione Ugo Bordoni, che ha parlato della trasformazione digitale in Italia e in Europa, e di Maria Laura Maggiulli, della Regione Marche, che ha parlato dello stato di avanzamento e delle prospettive di sviluppo del piano telematico regionale e nazionale.

La sessione si è chiusa con il punto di vista degli Internet provider, rappresentati da Dario Denni, dell’Associazione Italiana Internet Provider, che ha presentato in modo molto originale e provocatorio la situazione delle infrastrutture di rete con un contributo dal titolo “La knowledge economy dall’Encyclopedie a Wikipedia, dal rame alla fibra”, e da Paolo Di Francesco, di AssoProvider, che ha presentato la visione dell’assoziazione dei provider indipendenti sulle NGN con argomenti e proposte estremamente concreti.
Tag:aiip, Assoprovider, lepida, marche, NeutralAccess10, piano telematico
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Lunedì, 19 Aprile 2010

Secondo seminario interdisciplinare organizzato dalla facoltà di Giurisprudenza e dal Corso di Laurea di Informatica Applicata dell’Università degli studi di Urbino sul tema della libertà e del diritto penale in rete.
Martedì 20 aprile 2010, ore 17-19, Via Matteotti, 1, Urbino
Prof. Lucio Monaco (Diritto penale)
Prof. Gabriele Marra (Diritto penale)
Prof. Alessandro Bogliolo (Sistemi di elaborazione delle informazioni)
Il seminario si propone di discutere, in una prospettiva interdisciplinare, implicazioni della recentissima pronuncia resa dal Tribunale di Milano relativa alla responsabilità dell’ISP per contenuti illeciti immessi in rete per suo tramite.
Poichè il seminario è inserito tra le attività formative del corso di laurea di Informatica Applicata, agli studenti che frequenteranno il seminario verranno riconosciuti 0.25 CFU.
Riferimenti:
Tag:diritto penale, giurisprudenza, Google, Informatica, libertà, seminario, sentenza
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Domenica, 21 Marzo 2010
Guest post di Gabriele Marra.
(… segue dal 19 marzo 2010)
Il rilievo del NNP deve ora essere discusso sotto il profilo della prevenzione delle attività illecite commesse in rete [1].
Ovviamente il contributo che detto principio può offrire in questa direzione ha portata settoriale. Sarebbe infatti del tutto fuor di luogo ipotizzare che il principio in parola possa offrire indicazioni di una qualche utilità in relazione ai comportamenti illeciti, quali il furto su larga scala di identità, la cui realizzazione risponde ad incentivi “economici” neutralizzabili soltanto attraverso l’efficace ricorso alle più classiche e consolidate modalità di enforcement penalistico. Tuttavia il contributo che il NNP può offrire non dovrebbe essere trascurato perché si colloca in contesti dove più acuto è il conflitto tra libertà individuali ed interessi collettivi: si pensi, ad esempio, alle condotte illecite nell’ambio dei social network. Settore nel quale, nella maggior parte dei casi, lo spessore offensivo delle condotte è assai sfumato – tanto da confondersi, spesso, con l’esercizio di un diritto - soggetto ad una varietà di interpretazioni e assai spesso riconducibile ad una fisiologica incertezza in merito ai parametri di giudizio da impiegare nella valutazione delle singole condotte. In siffatti contesti il NNP può offrire il suo contributo al disegno di efficaci politiche di prevenzione dell’illecito sotto almeno due distinti profili: i) stimolare l’autoregolazione dei fornitori di servizi e degli utenti; ii) innescare virtuosi meccanismi di cooperazione tra i partecipanti al network, sufficienti ad influenzare la dinamica delle norme sociali proprie degli utenti di detti servizi e, per questa via, ad esempio, ad implementare l’efficacia dei controlli diffusi sulla circolazione di contenuti illeciti in rete (segnalazioni) strumentali alla realizzazione di un effettivo controllo successivo da parte degli ISP.
Senza poter qui entrare in dettagli in ordine al primo dei profili indicati [2] è sufficiente ricordare che le recenti polemiche riguardanti l’utilizzo dei social network per alimentare “le campagne di odio politico” hanno prodotto l’impegno ufficiale, da parte dei gestori di questi servizi, a formulare appropriate regole di condotta, anche in sinergia con gli apparati dell’amministrazione centrale preposti alla cura della sicurezza interna. Esito da considerarsi affatto scontato se si riflette sul fatto che i minacciati interventi repressivi – che riprendevano più generali proposte già formulate in sede parlamentare - riguardavano il comportamento degli utenti e non, invece, la posizione degli ISP.
Lette in una prospettiva che assegna al NNP il ruolo di architrave dell’architettura della rete queste vicende assumono però ben definiti contorni. Da un punto di vista simbolico/comunicativo la minaccia, da parte degli organi statuali, di violare una condizione di funzionamento della rete di riconosciuta utilità sociale ha infatti trasmesso agli operatori l’esatta consapevolezza in ordine alla importanza della posta in gioco e la necessità di mettere in campo interventi capaci di correggere la dinamica comportamentale critica. Questi ultimi, con la dimostrata disponibilità ad intervenire in tal senso, hanno invece convinto il legislatore circa la praticabilità di interventi disciplinari diversi da quelli prospettati. Si è così evitato un intervento punitivo di dubbia efficacia attivando, al contempo, un processo di elaborazione di strumenti regolativi più rispettosi della pluralità di interessi in gioco e tendenzialmente più effettivi nella prevenzione delle condotte devianti.
La riflessione su questi profili è così ben lungi da potersi considerare conclusa. Fornisce, tuttavia, spunti sufficienti per considerare opportuna una più ampia discussione.
Gabriele Marra
Riferimenti:
- N. K. Kytal, “Digital Architecture as Crime Control”, Yale Law Journal, 2003
- G. Marra, “Network Neutrality Principle as a Regulatory Tool: Implications for Crime Prevention and Criminal Law Enforcement”, International Conference on Evolving Internet (INTERNET-09), 2009.
Tag:autoregolazione, cooperazione, enforcement, nnp, principio regolativo
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Venerdì, 19 Marzo 2010
Guest post di Gabriele Marra.
(… segue dal 4 marzo 2010)
Nella prospettiva che qui interessa, riguardante il contributo che il NNP (Network Neutrality Principle) può offrire ai temi della prevenzione delle condotte criminose e all’attribuzione delle responsabilità nel caso di commissione di fatti penalmente illeciti, è tuttavia necessaria una più puntuale definizione del principio in parola. In difetto, l’accostamento tra un principio che non fa mistero della sua vocazione anarchica ed un settore dell’ordinamento che più di ogni altro risulta finalizzato a prevenire i guasti dell’anarchia apparirebbe come una risibile stranezza.
Questo apparente paradosso può tuttavia essere avviato a soluzione ricordando che il NNP non esprime soltanto contenuti tecnologici - ai quali parametrare gli interventi di ingegnerizzazione delle reti - ma anche fondamentali riflessi sociali: la neutralità rispetto ai contenuti realizza infatti un’importante funzione sociale nella prospettiva dell’espansione dei diritti fondamentali e dell’implementazione del loro esercizio. Applicazioni tecnologiche rispondenti a questo canone debbono, pertanto, nei limiti in cui si dirà, andare esenti dalla reazione punitiva dello Stato prevista. Ben diversa, invece, la conclusione quando la gestione di una qualche applicazione tecnologica o la definizione di una specifica architettura di rete non risulti congrua ai minimali dettami di quel principio. In tutti questi casi, infatti, la condotta non soddisfa l’utilità sociale e, pertanto, deve considerarsi socialmente inadeguata.
Conclusione che può essere esemplificata ipotizzando di riconoscere, su questa base, immunità penale ad ISP che si limitino a gestire, senza distinzioni qualitative operate in via preventiva, la pubblicazione di informazioni direttamente da parte degli utenti. Immunità che dovrebbe essere invece negata ad un ISP che garantisca una preferenza nell’instradamento di informazioni suo tramite immesse nella rete attraverso la predisposizioni di specifici filtri ex ante predisposti.
Il criterio qui tratteggiato non esaurisce, ovviamente, le condizioni al verificarsi delle quali può considerarsi legittima l’irrogazione di un pena a carico dei trasgressori, né può considerarsi così completamente declinato nei suoi contenuti. Può tuttavia contribuire, già in questa embrionale fase di riflessione, a comprendere perché la condanna dei gestori del sito svedese The Pirate Bay, dichiaratamente finalizzato a consentire lo scambio di materiale audio e video in violazione delle leggi che proteggono il diritto di autore, abbia suscitato ben poche critiche, che invece sono state molteplici e radicali a fronte della recentissima pronuncia di condanna emessa nei confronti di alti dirigenti di Google per contenuti illeciti immessi, senza alcun controllo preventivo, sul sito Youtube. (continua…)
Gabriele Marra
Tag:anarchia, nnp, pirate bay, principio regolativo
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Giovedì, 4 Marzo 2010
La comparsa del client Skype nell’OVI store, il repository online delle applicazioni ufficiali per i telefoni Nokia, è una novità di grande interesse nel campo della convergenza e dell’interoperabilità tra telefonia mobile e WiFi. L’applicazione consente agli utenti di fare chiamate gratuite skype-to-skype dovunque ci siano reti wireless…
Ma le chiamate sono davvero gratuite solo se lo sono le reti wireless a cui gli smartphone Nokia si collegano in alternativa alle reti 3G. Altrimenti le chiamate hanno un costo che non ha nulla a che fare con il profilo tariffario della telefonia mobile, ma che non è necessariamente conveniente. Se entrambi gli interlocutori hanno contratti a tariffa piatta senza limiti per accedere alle rispettive reti wireless, allora va ancora tutto bene, perchè più usano le reti meglio è. Ma se pagano la connessione in base al traffico, allora il costo delle telefonate (in uscita e in entrata) diventa difficile da quantificare, e diventerebbe proibitivo se skype fosse usato usando la connesione dati della rete mobile stessa. A questo si aggiungono il problema del roaming, che può incidere pesantemente sul traffico dati, e il problema dell’autenticazione per l’accesso WiFi, che può limitare l’usabilità.
Skype e Nokia fanno la loro parte, ma non bastano: per offrire telefonate gratis dovrebbero fare i conti con gli operatori. Se i conti con gli operatori non li fanno loro, devono farli gli utenti. In questo scenario fatico anche a comprendere le reazioni allarmate degli operatori riportate sui giornali di oggi.
A prima vista direi che Skype installato su uno smartphone Nokia non realizza la magia del Kindle: permettere agli utenti di usufruire di un servizio di rete senza preoccuparsi della connessione (si veda il post “Kindle: the Trojan eBook reader“). E così il VoIP non è ancora pronto a svolgere il ruolo di cavallo di troia per le reti wireless.
Lo scenario sarebbe diverso se ci fossero reti di accesso neutrali aperte nei confronti delle quali skype svolgesse il ruolo di service provider. Non mi è difficile immaginare accordi commerciali tra skype e il gestore della rete neutrale che potrebbero portare significativi vantaggi ad entrambi pur facendo gli interessi degli utenti.
Riferimenti:
Tag:gratis, nokia, skype, voip
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Giovedì, 4 Marzo 2010
Guest post di Gabriele Marra.
Questo contributo intende aprire la discussione di taluni aspetti del cosiddetto principio di neutralità della rete – ovvero: della proprietà di una infrastruttura di rete di operare indipendentemente dai contenuti dell’informazione che veicola – come praticabile principio regolativo; al di fuori, però, dei settori nei quali detto principio è già stato, a tal fine, timidamente sperimentato (antitrust, disciplina delle comunicazioni e dei contratti, ecc.). Il principio della network neutrality (di seguito abbreviato in NNP) può infatti essere proficuamente discusso anche nella più ampia e rilevante prospettiva del controllo delle condotte i cui effetti interferiscono, in vario modo, sui diritti fondamentali dell’individuo e sugli interessi della società nel suo complesso. Discussione che sarà qui declinata in relazione al tema della responsabilità degli Internet Service Providers (ISP).
Tale estensione, di un principio fino ad ora discusso in una prospettiva schiettamente tecnologia, non sembra potersi considerare un arbitrario esercizio di analisi. A suo favore giocano infatti: i) il già menzionato utilizzo del NNP quale principio regolativo di peculiari settori dell’organizzazione sociale; ii) l’inestricabile commistione tra tecnologia e tecniche di controllo sociale propria di ogni intervento disciplinare riguardante la vita della rete; iii) l’analogia tra il NNP ed un principio ampiamente discusso dalla scienza penalistica nei casi in cui si tratti di attribuire la responsabilità per ipotesi di complicità nel delitto altrui quando il “contributo incriminato” si sostanzi nella realizzazione di condotte tenute nell’ambito di attività utili alla collettività, svolte in modo socialmente adeguato e realizzate nel rispetto di standard comportamentali diffusi e condivisi nel settore di attività di riferimento.
Più in generale, l’approfondimento qui proposto è giustificato dalla impossibilità di distinguere, nel contesto di ogni riflessione che abbia ad oggetto la disciplina della rete, la prospettiva tecnologica – per tradizione ritenuta impermeabile a considerazioni di valore – da quella disciplinare – usualmente declinata a prescindere dal substrato tecnologico e, in molti casi, senza troppo preoccuparsi delle conseguenze sociali ed economiche della decisione -. Vale, in proposito, quanto osservato da Lawrence Lessig: “cyberspace demands a new understanding of how regulation works”. Una comprensione che può essere raggiunta solo se si è in grado di definire, in primo luogo, come i diversi mattoni che compongono l’architettura del cyberspace – il software, l’hardware e, si aggiunge qui, le strutture dell’Internet e delle reti – concorrono a definire gli spazi di libertà e, al contempo, le restrizioni indotte ai diritti fondamentali [1,2]. Accogliendo queste precisazioni diviene evidente che nessuno può ancora a lungo trincerarsi dietro il paravento della a-valutatività della tecnologia per sottrarsi all’onere di valutazione delle implicazioni sociali dei progressi applicativi. D’altra parte, coloro che sono chiamati a progettare ed applicare adeguate risposte disciplinari ai problemi del mondo di Internet non possono più ignorare la peculiare componente tecnologica dell’oggetto da regolamentare.
In questa prospettiva il NNP si candida a porsi come uno dei possibili principi fondanti l’architettura costituzionale del cyberspace: un vincolo che “structures and constraints social and legal power, to the end of protecting fundamental values” [1]. (continua…)
Gabriele Marra
Riferimenti:
- Lawrence Lessig, Code version 2.0, Basic Book, 2006.
- Albert-Lazlo Barabasi, Link: La scienza delle reti, Einaudi, 2002.
Tag:nnp, principio regolativo
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Martedì, 26 Gennaio 2010

Kindle è il lettore di eBook di Amazon che sta conquistando (e rivoluzionando) il mercato mondiale dei reader non tanto per le caratteristiche tecniche (anche altri, tra cui Sony, usano la stessa tecnologia, E-Ink, e sono attesi lettori con doppio schermo a colori da MSI e Asus) quanto per il modello commerciale adottato da Amazon, che non ha precedenti.
Innanzitutto, molti si aspettavano che Amazon lanciasse il Kindle con un paradigma commerciale orientato al suo core business, i libri. Ci si aspettava cioè che il lettore sarebbe stato offerto gratuitamente o a un prezzo simbolico a chi avesse acquistato un pacchetto significativo di eBooks. Invece il Kindle 2 (quello piccolo e più economico) ha un prezzo post-natalizio tutt’altro che simbolico di 259$ per il mercato americano e di 249 Euro per quello Europeo.
Ma il principale elemento di novità è la connessione: il Kindle scarica e aggiorna libri e quotidiani connettendosi automaticamente attraverso le reti 3G di 100 paesi del mondo senza che gli utenti debbano stipulare contratti con gli operatori telefonici o preoccuparsi delle tariffe applicate. Il costo della connessione è compreso nel prezzo del contenuto scaricato in virtù di accordi tra Amazon e gli operatori. Per meglio dire, l’accordo di Amazon è con AT&T, che a sua volta ha accordi di roaming internazionale di cui possono avvalersi gli utenti dei Kindle che vengono forniti direttamente dall’America con una SIM registrata da AT&T. Il modello regge grazie all’efficienza della codifica di libri e giornali, le cui dimensioni sono generalmente molto inferiori al MB e il cui trasferimento comporta un costo wholesale di pochi decimi di dollaro che incide marginalmente sul prezzo del libro, di circa 10 dollari. Dove gli accordi di roaming dovessero essere meno vantaggiosi, sarebbero i prezzi dei contenuti a risentirne, comportando una differenza di prezzo dei contenuti tra il mercato USA e quello Europeo dovuta non solo ai diritti d’autore.
Per Amazon la scelta di 3G al posto di WiFi è fortemente motivata dalla copertura, dalla connessione automatica e trasparente e dagli accordi di roaming internazionale che già legano gli operatori, ma non sarebbe al momento applicabile a contenuti a banda larga.
Amazon ha anche annunciato il lancio del Kindle development kit (KDK), che ha l’ambizione di dar vita ad una comunità spontanea di utenti-sviluppatori che accrescano le funzionalità del Kindle, come Apple ha fatto con successo per iPhone e iPod. Il modo in cui la comunità di sviluppo si sposa con il modello commerciale del Kindle è scritto nelle specifiche tecniche alle quali dovranno attenersi gli sviluppatori di applicazioni. Per poter essere distribuite gratuitamente da Amazon, le applicazioni sviluppate per il Kindle dovranno avere dimensioni inferiori al MB e non dovranno generare più di 100KB di traffico wireless al mese per utente.
Cosa c’entra il cavallo di Troia con il Kindle? Nel precedente post ho chiamato cavalli di troia le applicazioni online che vivono di vita propria e riescono a raggiungere gli utenti che non dispongono già di un contratto per la connessione ad Internet. La mia congettura è che se si diffondessero applicazioni e servizi online con un mercato indipendente da quello degli accessi ad Internet, avrebbero la funzione di cavalli di troia perché contribuirebbero ad aumentare la penetrazione della banda larga e la sostenibilità delle infrastrutture di accesso. Il modello adottato da Amazon per il Kindle va in questa direzione, anche se la rete alla quale si appoggia è quella cellulare, che non sembra avere bisogno di motivazioni esterne per diffondersi e penetrare il mercato.
Riferimenti:
- Stephen Lawson, “Amazon Kindle finds a new Use for 3G“, PC Word, November 20, 2007.
- Dean Bubley, “Amazon Kindle 2: Does this herald the arrival of ‘Dumb roaming pipes’?“, Disruptive Wireless, October 09, 2009.
- Amazon, Kindle Development Kit, http://www.amazon.com/kdk/ (visitato il 23 gennaio 2010).
Tag:amazon, connessione, e-ink, ebook, kindle, trojan
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Venerdì, 22 Gennaio 2010
In Italia solo una persona su 5 e meno di una famiglia su due hanno una connessione a banda larga residenziale (dati tratti dalle tabelle 1.19 e 1.22 della Relazione Annuale 2009 di AGCOM). Il resto della popolazione o non e’ raggiunto dalla rete, o non è interessato alle offerte degli operatori di rete fissa.

Chi usa Internet abitualmente sa che il suo vero valore sta nella capacità di soddisfare ogni esigenza e fa fatica a pensare che altri non ne percepiscano l’utilità, ma evidentemente è così. Del resto, dire che con Internet si può fare di tutto non aiuta a capire cosa farci realmente. E’ difficile stabilire se digital divide nasca dalla mancanza di offerta o dalla mancanza di domanda, ma è certo che se non cambia l’offerta non cambia la domanda, e se la domanda non cresce gli investimenti nelle infrastrutture di rete non sono remunerativi.
Perché allora non provare a ripartire dai servizi, magari dai più popolari come il telefono o la televisione, presi uno alla volta? In Internet si possono fare telefonate a costi ridotti, si possono ricevere canali televisivi gratuiti, si possono trovare milioni di libri … Non è difficile convincersi che questo è un bene, ma non è facile accettare che per godere di questi benefici si debba prima siglare un contratto pluriennale con un operatore impegnandosi a pagare un canone fisso di accesso.
Diverso sarebbe se l’utente potesse comperare direttamente i servizi online di cui realmente percepisce l’utilità, riuscendo a confrontarli per costo e qualità con quelli tangibili che già conosce. E’ chiaro che per comprare un servizio ogni utente avrebbe bisogno di una connessione e che questa gli sarebbe comunque offerta da un operatore che avrebbe bisogno del proprio utile, ma il ruolo strumentale dell’operatore non apparirebbe centrale e il costo fisso della connessione non costituirebbe una barriera d’accesso ai servizi.
In un modello commerciale orientato ai servizi, chi è interessato (solo) ad uno specifico servizio può rivolgersi direttamente al fornitore di quel servizio il cui prezzo comprenderà il compenso che il fornitore deve all’operatore di rete che garantisce il collegamento all’utente senza imporgli alcun canone fisso. Se la creazione del collegamento richiede anche l’installazione di un apparato a casa dell’utente (Router ADSL, CPE Hiperlan, CPE WiMAX, …) potrebbe essere l’utente a procurarselo una volta per tutte (rivolgendosi ad un rivenditore o a un installatore locale) esattamente come è l’utente ad acquistare consapevolmente l’antenna televisiva, l’apparecchio telefonico, il telefonino, il portatile o il palmare senza bisogno di un operatore che glielo offra apparentemente gratis in cambio di un contratto e di un canone.
In questo modello i servizi più popolari avrebbero la funzione di cavalli di troia per aumentare la penetrazione della banda larga. Non solo perché renderebbero evidenti e diversificate le motivazioni individuali per connettersi in rete, ma anche perché diversificando l’offerta e aumentando la penetrazione del mercato contribuirebbero a rendere remunerativi gli investimenti in infrastrutture di rete.
I modelli commerciali orientati ai servizi sono uno degli elementi distintivi delle reti di accesso neutrali.
Riferimenti:
Tag:agcom, cavallo di troia, domanda, mercato, offerta, servizi
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Sabato, 16 Gennaio 2010
Con il digitale anche alla televisione si applica la legge di Moore.
E’ più o meno questo che ha detto in un inciso Mario Frullone, direttore delle ricerche della Fondazione Ugo Bordoni, intervenendo al BBF di Roma durante il panel organizzato da HD Forum Italia. Trovo l’osservazione condivisibile e la faccio mia.

La legge di Moore è una legge empirica che da oltre 40 anni descrive lo sviluppo esponenziale della tecnologia dei circuiti integrati con un’accuratezza e una lungimiranza a dir poco sorprendenti. La legge dice che ogni 18 mesi raddoppia il numero di componenti che possono essere integrati in un solo chip, permettendo di aumentarne in modo vertiginoso la capacità di calcolo a parità di costo di produzione. A questa legge si devono lo sviluppo dell’elettronica, la pervasività dei sistemi digitali a microprocessore, la disponibilità di tecnologie sempre più evolute a costi sempre minori e la rapida obsolescenza dei sistemi elettronici.
I telefoni cellulari sono un esempio perfetto di questo processo: sono frutto dell’integrazione di strumenti un tempo diversi (telefoni e computer), offrono funzioni sempre più evolute, hanno prezzi che calano nel tempo e, soprattutto, ci sembrano vecchi a pochi mesi dall’acquisto. Per questo siamo soliti cambiare il cellulare quando ancora funziona.
Fino ad ora la TV è rimasta pressoché immune dalla legge di Moore, ma il digitale sta cambiando le cose. I vecchi televisori analogici a tubo catodico funzionano ancora dopo decine di anni di servizio, ma i nuovi decoder sono praticamente dei computer e diventano vecchi in pochi mesi. Lo switch off ha indotto le aziende a produrre televisori a schermo piatto con decoder integrati, mentre gli operatori del settore si interrogano sugli standard e sulla loro evoluzione per produrre decoder a prova di futuro, promettendo a chi li acquista che potrà continuare ad usarli per chissà quanti anni. Ma forse occorrerà rassegnarsi alla legge di Moore e accettare di cambiare il decoder come il telefonino, salvando se possibile il televisore.
Tag:decoder, frullone, FUB, HD forum, Moore
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