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NeutralAccess08 - conclusioni

Martedì, 30 Dicembre 2008

Il mio intervento pomeridiano sulla neutralità delle reti di accesso ha suscitato un dibattito vivace e ricco di spunti sapientemente condotto da Laura Rovizzi, di cui non riporto la registrazione perchè dura quasi due ore e perchè ha coinvolto persone del pubblico alle quali non ho chiesto il consenso alla pubblicazione.

Mi permetto di sintetizzare brutalmente gli spunti offerti dai partecipanti al dibattito, chiedendo loro di perdonare l’incompletezza e gli eventuali fraintendimenti e invitandoli a commentare questo post per presentare in modo più articolato il proprio punto di vista.

Sono intervenuti, nell’ordine: Joy Marino (confronto con walled garden proprietari, costo della banda trascurabile rispetto al costo fisso dell’infrastruttura, dubbi sulla neutralità del modello, preoccupazione per qualità e neutralità dell’accesso ad Internet), Gianluca Mazzini (favorevole alla sperimentazione del modello di rete di accesso neutrale, successo di mercato dei protocolli best effort rispetto ai protocolli QoS), Mario Frullone (preoccupazioni su scalabilità e qualità del servizio, favorevole ad investimenti su tecnologie a banda larga), Dario Denni (preoccupazione per comportamenti anti-competitivi da parte del gestore della rete, provocazione su gestore monopolista e dittatura in Internet), Adriano Gattoni (interesse al modello, difficoltà di gestione integrata di reti federate, problema del digital divide culturale), Fabio Spagnuolo (problema dell’esternalità della rete di accesso, provocazioni su servizio universale, operatore unico, e WiMax come risposta al digital divide), Alessandro Bogliolo (indipendenza del modello proposto dalle tecnologie di trasporto e di accesso, pluralità di gestori, di operatori e di fornitori di servizi), Laura Maggiulli (ruolo delle pubbliche amministrazioni nella realizzazione e gestione di reti di accesso fino a livello 2), Antonio Toci (attenzione all’utente finale e alla percezione dell’utilità dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione), Paolo Giardini (utilità del modello per il superamento del digital divide), Fabio Giglietto (neutralità delle reti di accesso come condizione necessaria ma non sufficiente allo sviluppo della e-democracy, problema del gap della partecipazione attiva).

Riporto di seguito le brevissime conclusioni che ho tratto in presenza dei protagonisti del dibattito, che ringrazio nuovamente per la partecipazione e per la ricchezza degli spunti offerti.



Google e la neutralità della rete

Martedì, 23 Dicembre 2008

Quando si parla di neutralità della rete si cita Google per almeno due motivi: il primo è che il funzionamento e il successo di Google si devono alla neutralità di Internet e sono usati come esempi virtuosi, il secondo è che Google si è schierato da tempo in sua difesa. Da qualche giorno si è aggiunto un terzo (contraddittorio) motivo: Google ha lanciato l’iniziativa OpenEdge, che sembra violare il principio di neutralità!

Il caso è scoppiato la settimana scorsa con un articolo del Wall Street Journal, ma già in luglio Google aveva lanciato in Kenia l’iniziativa Google Global Cache, con finalità e soluzioni simili. Di cosa si tratta? Di prendere accordi con i provider per piazzare all’interno delle loro reti server che accelerino l’accesso ai servizi di Google mediante servizi di caching dedicato.

L’iniziativa si basa sul concetto di edge caching (vecchio più o meno quanto Google) che in diverse forme è adottato da provider e fornitori di servizi per ridurre i tempi di risposta dei server web, per bilanciare il carico e il traffico e per ridurre i costi del traffico internazionale.

Richard Whitt ha immediatamente precisato sul blog ufficiale di Google che OpenEdge non viola in alcun modo i principi di neutralità, così come riportati e sottoscritti da Google stesso, ma serve solo a decongestionare la rete e migliorare il servizio. C’è comunque chi lamenta l’assenza di documentazione tecnica, che non consente di affermare in modo definitivo la neutralità di OpenEdge.

Ritengo tuttavia che la novità dell’iniziativa di Google stia soprattutto negli accordi con i provider, che ha indotto il sospetto che i rapporti economici tra fornitori di accesso e fornitori di servizi possano degenerare in forme di discriminazione del traffico che vanno oltre la naturale accelerazione offerta dal caching.

Certo è che il caching, di per sè, non viola la neutralità della rete. E a mio avviso non costituisce una violazione di neutralità neppure la collocazione di server all’interno delle reti dei provider, fintanto che questa opportunità è offerta al mercato in modo aperto e trasparente, i servizi di caching sono sviluppati nel rispetto della separazione tra applicazioni e trasporto, e gli utenti sono informati della differenza tra l’accesso ad Internet e gli altri servizi offerti dal provider (edge caching compreso). In altre parole, molto dipende dai provider.

Dal mio punto di vista trovo il dibattito molto interessante, perchè è incentrato sulla neutralità delle reti di accesso, sui modi di tutelarla e sulle molte opportunità che offre, che sono i temi di questo blog.

Riferimenti:

NeutralAccess08 - intervento di Alessandro Bogliolo - Uniurb

Mercoledì, 17 Dicembre 2008

Questo e’ il mio intervento sulle reti di accesso neutrali, concepito per stimolare la discussione della sessione pomeridiana sul tema centrale del convegno. Come al solito potete consultare le slides e prendere visione delle registrazioni.





Separazione, condivisione e neutralità

Sabato, 22 Novembre 2008

Scrive Nicola D’Angelo (Commissario AgCom) su Nova24 di questa settimana, che il valore delle comunicazioni non è solo nelle reti, ma anche nei servizi. La neutralità delle infrastrutture, e magari la loro condivisione, serve a garantire pluralità e non discriminazione dell’offerta di servizi, riducendo il rischio di conflitto d’interessi degli operatori, controllo discriminatorio dell’accesso ai contenuti e violazione del diritto alla libertà di informazione.

Riferimenti:

  • Nicola D’Angelo, “Libero traffico in libera rete“, Nova24, 20 novembre 2008.

Scienze del web: ipotesi di un corso di laurea dal basso

Domenica, 12 Ottobre 2008

Sono stato all’AcaBarcamp organizzato da Fabio Giglietto dove Federico Bo ha presentato la proposta informale di un Corso di Laurea in “Scienze del Web” ispirato alle riflessioni sull’emergenza di una Web Science pubblicate sul numero di luglio di Communications of the ACM da Tim Berners-Lee et al.

Federico Bo definisce le proprie riflessioni un divertissement intellettuale, ma credo che vadano oltre. Al di là del tentativo di definizione di un piano di studi, decisamente prematuro, l’analisi dei fabbisogni e degli obiettivi formativi e l’enumerazione degli ambiti disciplinari coinvolti sono un punto di partenza concreto e promettente.

Trovo inoltre interessante (e nel contesto attuale decisamente confortante e controtendenza) che dall’esterno del mondo accademico Federico Bo riconosca il valore strategico e il vantaggio competitivo che potrebbe derivare dall’istituzione di un corso di laurea in grado di cogliere talmente bene la natura della scienza del web da contribuire concretamente a definirla e a svilupparla.

Seguirò con molto interesse il dibattito che Federico conduce sul suo blog, non solo perchè le discipline di cui mi occupo hanno a che fare con le scienze del web, ma anche per studiare (e magari contribuire ad affinare) i meccanismi con cui un corso di laurea potrebbe effettivamente essere progettato dal basso.

Riferimenti:

Neutralità e sicurezza: Reti neutrali degne di fiducia

Domenica, 14 Settembre 2008

Security and PrivacyL’editoriale di Fred Schneider sul numero di agosto di Security & Privacy, magazine dell’IEEE, lamenta l’assenza di un adeguato dibattito sul tema della sicurezza e dell’affidabilità di Internet nel contesto delle proposte regolamentari finalizzate a tutelarne la neutralità. L’editoriale è molto breve e si limita ad introdurre il tema e ad anticipare un articolo che apparirà sul Federal Communication Law Journal, ma offre spunti ampi e interessanti. La domanda è:

fino a che punto è giusto ammettere eccezioni al principio di neutralità (che impedisce ai provider di discriminare in base all’applicazione, al contenuto e alla provenienza dei pacchetti) per tutelare la sicurezza degli utenti e l’affidabilità delle reti?

In pratica si tratta di trovare il giusto compromesso tra due proprietà delle reti: la neutralità da una parte e la “dignità di fiducia” (per tradurre alla lettera il termine inglese “trustworthiness“) dall’altra. Poichè il dibattito sulla neutralità è ormai centrale, e numerose proposte regolamentari sono già state elaborate, il compromesso sembra dover essere cercato nelle eccezioni alla neutralità tollerate in nome della trustworthiness.

Come al solito ci sono due estremi: regole troppo rigide che rischiano di impedire il raggiungimento di livelli adeguati di sicurezza e affidabilità, regole troppo lasche che rischiano di compromettere la neutralità.

Esempi di regole troppo strette sono quelli delle proposte normative del North Dakota e del Maine, che consentirebbero ai provider di offrire servizi legati alla sicurezza in deroga al principio di neutralità, solo se i singoli utenti hanno la possibilità di rinunciare a tali servizi in nome della neutralità. Norme troppo lasche sono invece quelle che ammettono qualsiasi discriminazione che possa dirsi motivata da ragioni di sicurezza. La questione si fa ulteriormente complessa se le tecniche di tutela della sicurezza richiedono accordi trasparenti tra gli operatori.

In conclusione, Schneider sollecita l’apertura di un dibattito piu’ ampio sull’argomento e suggerisce un procedimento per affrontare il tema della sicurezza sui tavoli della network neutrality:

1. cominciare con l’enumerazione della proprietà di sicurezza e affidabilità che gli utenti della rete potrebbero desiderare,

2. evidenziare quelle per le quali allo stato dell’arte non esistono implementazioni end-to-end,

3. chiedere che le proposte normative sulla network neutrality “non impediscano” lo sviluppo di tecniche atte a garantire le proprietà di sicurezza non altrimenti implementabili.

Riferimenti:

  • Fred B. Schneider, “Network Neutrality versus Internet Trustworthiness?”, IEEE Security & Privacy, Vol. 6, No. 4, pp. 3-4, 2008. (pdf)

Astrazione e incapsulamento: la rete a strati

Lunedì, 14 Luglio 2008

Il modello di riferimento delle architetture di rete è il modello ISO/OSI. OSI sta per Open Systems Interconnection, ed è il modello standard, mentre ISO sta per International Ogranization for Standardization, ed è l’organizzazione che lo ha emanato. Il modello è stato formalizzato nell’83, come esito dei lavori di un comitato istituito nel 1977, ed è a tutt’oggi un riferimento prezioso, benchè ad esso non siano direttamente ispirate le reti che comunemente utilizziamo, Internet compresa.

Il maggior merito del modello ISO/OSI è quello di aver introdotto alcuni concetti fondamentali dell’architettura delle reti legati alla stratificazione dei servizi. Il modello identifica 7 strati (o livelli) che nascondono il mezzo fisico che mette in comunicazione due computer (host). Ogni livello svolge determinate funzioni e offre servizi al livello superiore, creando un canale virtuale sempre più astratto e affidabile. Il componente (hardware o software) che implementa un determinato livello comunica con il componente di livello omologo dell’altro host (detto peer) utilizzando un protocollo comune e avvalendosi del canale virtuale di livello inferiore, di cui conosce solo l’interfaccia.

Modello ISO OSI

Il modello specifica i servizi svolti da ogni livello e la loro interfaccia, ma non specifica i protocolli che i peer devono utilizzare per comunicare tra loro, nè il modo in cui i protocolli devono essere implementati sugli host.

Come funziona il modello a strati?

I dati da trasmettere sono una sequenza di bit che l’utente affida ad un’applicazione di rete (web browser, mailer, ftp, …) che implementa un protocollo di livello “applicazione” per gestire la comunicazione. Lo strato applicazione incapsula i dati in un pachetto a cui aggiunge l’indirizzo di destinazione e dei bit di controllo (specifici del protocollo di livello applicazione) che verranno inetrpretati dal suo strato omologo (peer) sul computer di destinazione. Il pacchetto cosi’ formato è passato allo strato inferiore, che lo incapsula a sua volta in un pacchetto a cui aggiunge bit di controllo propri del suo protocollo (detti header se aggiunti in testa, tail se aggiunti in coda) e destinati al suo omologo.

In pratica è come se ogni strato inserisse il messaggio in una busta via via più grande, con la finestrella trasparente per mostrare l’indirizzo, o con l’indirizzo trascritto sopra. Sulla busta srive informazioni di controllo utili alla gestione della comunicazione e indipendenti dal contenuto e la passa allo strato inferiore, che si comporta allo stesso modo. Arrivati al livello più basso la busta viene finalmente inoltrata e recapitata al destinatario specificato nell’indirizzo (eventualmente passando attarverso nodi di smistamento intermedi, router). Sul computer di destinazione la busta attraversa gli strati dal basso verso l’alto. Ogni strato legge le informazioni di controllo scritte sulla busta e si comporta di conseguenza, quindi apre la busta e consegna il contenuto (una busta più piccola) allo strato superiore. L’ultimo strato consegna i dati all’utente. Questa descrizione è semplicistica, ma per le considerazioni che seguono puo’ bastare.

Quali sono i punti di forza del modello?

1. La stratificazione dei servizi di rete (ogni livello gestisce uno specifico aspetto della comunicazione)

2. L’astrazione (ad ogni livello sono nascosti tutti i dettagli implementativi di livello inferiore, fino ad arrivare al livello più alto, “applicazione”, dove il canale è completamente astratto)

3. La standardizzazione dell’interfaccia tra i livelli (se si rispettano gli standard all’interfaccia l’implementazione di ogni livello può essere modificata in modo indipendente dagli altri)

4. L’indipendenza dai protocolli tra peer (il modello OSI è un’architettura di riferimento indipendente dai protocolli, che non sono altro che accordi tra i peer necessari per implementare i servizi di rete di un determinato strato)

5. L’incapsulamento dei dati (tutto ciò che uno strato prende in consegna dai livelli superiori è detto payload e viene gestito a scatola chiusa)

Queste caratteristiche, oltre ad essere essenziali per lo sviluppo di una rete globale e delle applicazioni che ci girano sopra, hanno molto a che fare con il principio di neutralità.

Riferimenti:

  • In rete si trova anche l’articolo del 1980 con cui Hubber Zimmermann ha presentato i risultati prodotti dal gruppo di lavoro OSI sotto la sua direzione.

Liberi di darsi delle regole

Mercoledì, 9 Luglio 2008

Internet è il frutto di circoli virtuosi che, appoggiandosi a solidi presupposti tecnologici, si sono innescati spontaneamente e autoalimentati. La rete è un sistema straordinariamente complesso e incredibilmente poco regolamentato. Delle regole si può fare a meno (fatta eccezione per i protocolli e per qualche norma elementare di comportamento) finchè l’interesse individuale e l’interesse collettivo spingono nella stessa direzione. Proprio la natura di fenomeno di massa ha reso Internet refrattaria ai cambiamenti dall’alto e neutrale rispetto agli interessi dei singoli.

Ora (da qualche anno, a dire il vero) ci si comincia a chiedere se Internet sia ancora robusta, se sia ancora in grado di svilupparsi senza regole, se gli interessi dei singoli siano ancora implicitamente tutelati dalla massa, se riesca ancora a generare gli anticorpi di cui ha bisogno per preservare le proprie peculiarità. O se invece Internet sia un patrimonio fragile che ha bisogno di essere tutelato. Quel che è certo è che si tratta di un patrimonio prezioso che merita quanto meno un dibattito su come preservarlo e su come valorizzarlo.
E il dibattito c’è, si volge prevalentemente in web ed è aperto e globale come la rete che intende tutelare.

In seno alle Nazioni Unite il terreno di confronto è l’Internet Governance Forum, istituito dal World Summit on the Information Society (WSIS) del 2005 con il mandato di instaurare un dialogo aperto (open) e inclusivo (inclusive) tra tutti i soggetti interessati (multi stakeholder). Le modalità operative sono simili a quelle che in rete preparano il terreno ai protocolli e agli standard attraverso le “cosiddette richieste di commenti” (RFC): si istituiscono gruppi tematici dinamici (dynamic coalition) che si confrontano online in preparazione di meeting annuali (il prossimo, il terzo, si svolgerà in dicembre in India). Tra i gruppi di discussione più vicini al tema di questo blog vi segnalo:

Gli ultimi due gruppi discutono i principi e i diritti che in rete meritano di essere tutelati. Oltre all’approccio aperto e condiviso, c’è un altro aspetto di questo processo che a mio avviso merita attenzione: l’importanza di affermare diritti e principi universali, ancor prima di chiedersi come tutelarli. E’ questo lo spirito della Carta dei diritti della rete, di iniziativa italiana. Imporre il rispetto di regole in un contesto globale e virtuale come la rete è infatti un problema tecnico e giuridico di non facile soluzione, ma questa difficoltà non deve impedire di affermare principi e scrivere regole che, se davvero condivise, potrebbero trovare in rete gli strumenti per essere spontaneamente applicate.

A questi temi è stato dedicato ampio spazio, copertina compresa, sul penultimo numero di Nòva24.

Internet a pedali: digital divide di prima generazione

Sabato, 31 Maggio 2008

Questa mattina ho trasportato in bici 8MB di un amico e collega.

Sui 7Km ch separano la sua casa in campagna dalla banda larga più vicina ho battuto il suo modem e soprattutto non ho mandato in timeout l’applicazione. Mettendo in conto anche la doccia sono andato a 35Kbps, ma se l’allegato fosse stato più grande avrei potuto fare molto di meglio!

Con un pò di flash al posto del kit per la foratura in quanto a banda potrei competere anche con un collegamento in fibra, ma il mio limite è la latenza. Anche allenandomi e rinunciando alla doccia non riuscirei a scendere sotto i 20 minuti…

Ubiquità dell’informazione

Sabato, 24 Maggio 2008

Locandina

L’argomento è in tema con il blog, ma non è la prima cosa di cui avrei voluto parlare. Lo faccio ora perché ieri sono stato invitato a tenere una relazione su questo argomento ad un incontro intitolato “Chi ha ucciso il quotidiano? La tecnologia che cambia l’informazione” organizzato dalla Provincia nell’ambito dell’Urbino Press Award, e ne ho approfittato per fare qualche prima riflessione su informazioni dal basso, digital divide e diritto di informazione.

L’organizzazione non è stata impeccabile ed è stata giustamente contestata l’assenza di giornalisti ed esperti di media tra i relatori. In compenso sono intervenuti l’Ambasciatore Americano in Italia Ronald P. Spogli, che si è mostrato estremamente attento e sensibile all’argomento (se, come credo, il testo della sua relazione verrà pubblicato sul sito dell’Ambasciata lo segnalerò), e Apple Italia (presente con Enzo Biagini, Amministratore delegato, e con Alessandro Daprà), che ha fatto una lunga presentazione/demo sul ruolo di Apple e sul podcast.

Venendo al punto.

Informazione è riduzione di incertezza. Quindi l’informazione è dovunque ci sia qualcosa che qualcuno non sa già e che potrebbe essere interessato a sapere. Se il qualcosa non è direttamente accessibile al qualcuno, l’informazione merita di essere veicolata/mediata.

La facilità di produzione e distribuzione di contenuti in web, consente a chiunque di contribuire attivamente alla mediazione, e consente di veicolare informazioni che non necessariamente soddisfano curiosità di massa.

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Art. 18 e 19), e le costituzioni di tutte le democrazie del mondo, sanciscono il diritto di informazione passiva (il diritto di avere accesso ad informazioni plurali) e il diritto di informazione attiva (il diritto di esprimere e divulgare le proprie opinioni).

Apparentemente Internet tutela intrinsecamente questi diritti, offrendo mezzi di pubblicazione e distribuzione economici ed efficienti a disposizione di tutti e permettendo a chiunque di accedere ai contenuti prodotti da altri. Tuttavia:

  1. non tutti sono in Internet
  2. nessuno si assume il dovere di informare

Primo problema: l’effetto del digital divide.

Se un individuo è escluso, vengono lesi (o limitati) i suoi diritti di informazione attiva e passiva.

Se la ragione dell’esclusione riguarda un’intera categoria di persone, che sarebbero potenziali autori di contenuti, anche la comunità online ne riceve un danno, in quanto l’assenza di una voce riduce la pluralità dell’informazione, che è un valore in ogni democrazia. Quindi in parte viene leso anche il diritto di informazione passiva di chi è in rete.

Secondo problema: il dovere di informazione.

Perché tutti possano esercitare il diritto di informazione passiva occorre che qualcuno eserciti il dovere di informazione attiva. In rete ci sono meccanismi per far ricadere sui singoli la responsabilità di ciò che affermano (ne parleremo in un altro post), ma non ci sono meccanismi per attribuire responsabilità di omissione… Questo è un problema che la libera informazione dal basso non credo possa risolvere, se non su base statistica. Per il resto non resta che affidarsi, in rete come nei media tradizionali, alla deontologia e all’etica degli “organi di stampa” e dei “giornalisti”.